I pm: condannateli tutti in nome della sicurezza

VIA­REG­GIO Ogni cit­ta­di­no del­l’U­nio­ne eu­ro­pea «ha di­rit­to alla li­ber­tà e alla si­cu­rez­za», re­ci­ta l’ar­ti­co­lo 6 della “Carta di Nizza” o “Carta dei di­rit­ti fon­da­men­ta­li­del­l’U­nio­ne Eu­ro­pea” (ul­ti­ma ver­sio­ne quel­la di dieci anni fa).

Pa­ro­le sem­pli­ci, ele­men­ta­ri. Per­fi­no scon­ta­te. Se non fosse che, in­ve­ce, una sera di prima esta­te – ma anche di in­ver­no pieno, come in que­sti gior­ni in Bul­ga­ria – ti porta un treno in casa, con il suo Gpl, le sue fiam­me a strap­pa­re vite. Pa­ro­le che il pub­bli­co mi­ni­ste­ro Giu­sep­pe Amo­deo ha fatto esplo­de­re in aula al ter­mi­ne della re­pli­ca che ha chiu­so gli in­ter­ven­ti della Pro­cu­ra di Lucca per il pro­ces­so di primo grado che va a con­clu­der­si. La Carta, ri­cor­da Amo­deo, «ga­ran­ti­sce il di­rit­to alla vita, al­l’in­te­gri­tà fi­si­ca e psi­chi­ca, alla li­ber­tà ed alla si­cu­rez­za…E certo non quel­lo di fare una brut­ta fine».

Un ar­go­men­ta­re im­me­dia­to, che col­pi­sce al cuore, come spes­so ac­ca­de quan­do il so­sti­tu­to Pro­cu­ra­to­re Amo­deo pren­de la pa­ro­la. Per fare or­di­ne nel lungo e det­ta­glia­to cam­mi­na­re per le stra­de del qua­dro nor­ma­ti­vo na­zio­na­le ed eu­ro­peo, cuore giu­ri­di­co del pro­ces­so per il di­sa­stro fer­ro­via­rio del 29 giu­gno 2009, 32 morti ed i fe­ri­ti an­co­ra sotto cura, per­ché que­sto è il de­sti­no degli ustio­na­ti gravi. «La si­cu­rez­za – così la re­pli­ca del Pm – è una que­stio­ne di or­di­ne pub­bli­co. Per cui le norme in que­sto am­bi­to hanno pre­va­len­za anche sulle norme in ma­te­ria di cir­co­la­zio­ne fer­ro­via­ria», quel­le che hanno come ri­fe­ri­men­to le «com­pa­ti­bi­li­tà tec­ni­che». Una si­cu­rez­za «da ga­ran­ti­re anche ai terzi» oltre che a la­vo­ra­to­ri in am­bi­to fer­ro­via­rio e pas­seg­ge­ri, at­tra­ver­so Si­ste­mi di ge­stio­ne della si­cu­rez­za delle im­pre­se fer­ro­via­rie «che hanno l’ob­bli­go di ga­ran­zia da tutti i ri­schi», in­clu­si quel­li de­ri­van­ti da «ma­nu­ten­zio­ne, for­ni­tu­ra di ma­te­ria­le, im­pie­go delle im­pre­se ap­pal­ta­tri­ci» come re­ci­ta il De­cre­to le­gi­sla­ti­vo 162/2007 che ha re­ce­pi­to la Di­ret­ti­va eu­ro­pea 49/2004 e la 51 dello stes­so anno.

C’è tutto il di­sa­stro di Via­reg­gio, in que­ste poche righe di nor­ma­ti­va ci­ta­ta da Amo­deo: la ma­nu­ten­zio­ne del­l’as­si­le il cui ac­cia­io si è frat­tu­ra­to; il no­leg­gio dei carri Gatx da parte di Fs Lo­gi­sti­ca e la tra­zio­ne che a sua volta ha ef­fet­tua­to Tre­ni­ta­lia; il rap­por­to con l’of­fi­ci­na ita­lia­na Cima ri­pa­ra­zio­ni. Un in­trec­cio che avreb­be do­vu­to avere un solo ob­bli­go: quel­lo della si­cu­rez­za a tutto tondo. Così non è an­da­ta. E sette anni dopo la giu­sti­zia ita­lia­na dovrà in­di­ca­re col­pe­vo­li e in­no­cen­ti. Con la con­sa­pe­vo­lez­za che que­sto è il campo del­l’a­zio­ne eser­ci­ta­ta dalla Pro­cu­ra, il pm Sal­va­to­re Gian­ni­no, nella sua re­pli­ca ha usato il bi­stu­ri. «È as­so­da­to ormai che gravi ca­ren­ze ma­nu­ten­ti­ve vi siano state. È un dato certo che l’o­pe­ra­to­re del­l’of­fi­ci­na Jun­gen­thal (ad Han­no­ver, ndr) non aves­se i piani di prova, che l’e­sa­me ma­gne­to­sco­pi­co non è stato fatto, che fosse ne­ces­sa­rio pas­sa­re a que­gli esami di li­vel­lo su­pe­rio­re (IS3, ndr) che la Jun­gen­thal non era in grado di ese­gui­re».

Dun­que, con­ti­nua Gian­ni­no, «la po­si­zio­ne di ga­ran­zia si esten­de a tutti i di­ret­to­ri di sta­bi­li­men­to. Sono tutti coin­vol­ti nella ca­te­na che ab­bia­mo evi­den­zia­to: la po­si­zio­ne di ga­ran­zia de­bor­da dal­l’of­fi­ci­na fino ad ar­ri­va­re ai mas­si­mi ver­ti­ci del­l’of­fi­ci­na, ai re­spon­sa­bi­li di Gatx Ger­ma­ny pro­prie­ta­ria di Jun­gen­thal che non ha do­ta­to la pro­pria of­fi­ci­na di tutto quel cor­re­do di stru­men­ti im­po­sto dal det­ta­to nor­ma­ti­vo, fino ai ver­ti­ci di Gatx Au­stria che hanno scel­to di far ma­nu­te­ne­re i pezzi in am­bi­to Jun­gen­thal-Ga­tx Ger­ma­ny ». Il pm, nella sua re­pli­ca, ha toc­ca­to punti ben mi­ra­ti. E, so­prat­tut­to, ha pun­ta­to al cuore di al­cu­ni pas­sag­gi delle tesi di­fen­si­ve ai quali non ha ri­spar­mia­to l’ac­cu­sa di aver agito «per adat­ta­re un ri­sul­ta­to a quan­to vo­le­va­no». Ar­ri­van­do ad ot­te­ne­re «pre­sun­ti ri­sul­ta­ti scien­ti­fi­ci». Ad es­se­re bol­la­to da Gian­ni­no come «scien­ti­fi­ca­men­te inac­cet­ta­bi­le» è il ri­sul­ta­to por­ta­to in aula da dal­l’in­ge­gne­re pi­sa­no Aldo Fre­dia­ni, l’uo­mo che da solo ha ne­ga­to che la cric­ca nel­l’ac­cia­io del­l’as­si­le – al mo­men­to della ma­nu­ten­zio­ne alla Jun­gen­thal di Han­no­ver – fosse pre­sen­te e, dun­que, vi­si­bi­le. Ccon­si­de­ra­zio­ne ana­lo­ga per Ingo Po­sch­mann, con­su­len­te di Gatx: «Po­sch­mann ha so­ste­nu­to – ri­cor­da il pm – che il tipo di ac­cia­io del­l’as­si­le che ha ce­du­to a Via­reg­gio non è sog­get­to a “pit­ting” da cor­ro­sio­ne». Ov­ve­ro a quel­la “but­te­ra­zio­ne” da rug­gi­ne che dal 29 giu­gno ad oggi ab­bia­mo pur­trop­po con­ser­va­to nelle im­ma­gi­ni suc­ces­si­ve al di­sa­stro. «È un dato più che sor­pren­den­te», sot­to­li­nea Gian­ni­no, «per­ché c’è una serie più che co­spi­cua di studi che in­se­ri­sco­no tra i fe­no­me­ni più ri­cor­ren­ti e gra­vo­si che por­ta­no a rot­tu­ra da as­si­le pro­prio il “pit­ting” da cor­ro­sio­ne». Studi in cui «si dà atto che l’ac­cia­io A1N è sog­get­to come tutti gli altri al fe­no­me­no».

Ed al­lo­ra si torna al “via”, ov­ve­ro agli ar­go­men­ti por­ta­ti in aula ieri da Giu­sep­pe Amo­deo, in aper­tu­ra del­l’ul­ti­ma man­cia­ta di udien­ze prima delle sen­ten­za at­te­sa per gen­na­io. Il pm ha vo­lu­to ri­cor­da­re l’at­to nor­ma­ti­vo più re­cen­te, quel­la Di­ret­ti­va eu­ro­pea 798 del mag­gio scor­so che tira le fila del do­po-Via­reg­gio lungo i bi­na­ri d’Eu­ro­pa in­chio­dan­do cia­scu­no alle pro­prie re­spon­sa­bi­li­tà in ma­te­ria di si­cu­rez­za. «Ognu­no è re­spon­sa­bi­le del pro­prio pezzo del si­ste­ma di si­cu­rez­za fin dal 2004». Ora tocca alla giu­sti­zia ita­lia­na de­fi­ni­re chi e come in nome di tren­ta­due vit­ti­me in­no­cen­ti.

di Donatella Francesconi

 
 
 
 
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