Teatro

Non c’è mai silenzio

Una volta, alla fine dello spettacolo su Dino Campana, mi dissero che, per come ne avevo parlato, sembrava fossi sua sorella. In effetti, anche se è morto tanti anni prima che io nascessi, lo sento vicino e caro come uno di famiglia. E’ così per tutte le persone di cui ho raccontato la storia.

Non mi sono avvicinata alla tragedia di Viareggio da sola, sono stata invitata a farlo.
L’avevo pensato diverse volte, l’avrei desiderato, ma non lo feci per pudore, da una parte temevo di far male ad avvicinarmi a una ferita tutta aperta e in più sapevo di non avere la popolarità necessaria per dare alla strage la visibilità teatrale che ci voleva. Era tutto vero, ma pensavo male. Così è stato Viareggio a venirmi incontro. Una sera d’aprile, mi telefonò Riccardo Antonini, che non conoscevo, sapevo solo qualcosa della sua vicenda di ferroviere e mi chiese se avessi voluto raccontare di quel 29 giugno e se potevamo incontrarci per parlarne. Ci incontrammo pochi giorni dopo al Dopolavoro ferroviario, immaginavo di trovare solo lui, invece la sala era piena di gente, erano familiari delle vittime e ferrovieri, ma non lo sapevo ancora. Per iniziare aspettavano ancora qualcuno, dopo poco entrò Daniela, vestita di chiaro, i capelli ripresi con una pinza e in mano un vasetto di verdure sott’olio, che regalò a una signora…la normalità, la leggerezza della buona stagione che si apre al caldo, all’estate, poi si sedette, si presentò appena e cominciò a raccontarmi di Emanuela. Una madre che parla della morte e dell’agonia di sua figlia, uccisa mentre era in casa, tranquilla a giocare a carte, solo perchè la casa è costeggiata dalla ferrovia un treno merci prende fuoco…. e non ti fa sentire solo un grande dolore, smuove un sacco di cose, ti fa sentire in balia della poca sicurezza, si pongono un infinità di domande e desiderio di verità, di giustizia. Dopo Daniela, parlarono gli altri e poi dopo quella sera, li ho incontrati ancora più volte, madri, padri, figli, sorelle fratelli, zii, sono andata nelle loro case, al tavolo di un caffè o su una panchina, a raccogliere ricordi e emozioni…sempre in punta di piedi, on il timore che anche una domanda o una parola potesse toccare far male. Più volte ho camminato in via Ponchielli, cercando anche da quella di raccogliere quello che non dicono le parole, ma dice il silenzio, o i colori nuovo degli intonaci o una scultura con i 32 nomi incisi…ogni volta mi è sembrato di fare una Via Crucis.
E’ nato così <<Non c’è mai silenzio>> dalle parole, dalla voce di Viareggio, e siccome credo, come il Piccolo Principe, che l’essenziale sia invisibile agli occhi, anche dall’aiuto delle 32 persone, alle quali, prima di cominciare il lavoro, chiesi il permesso di poterlo fare e una mano per farlo bene e dal mio desiderio di riuscire a trasmettere meglio possibile quello che mi veniva detto, non per fare un bello spettacolo, ma per un impegno civile e per d’affetto. Sono infinitamente grata, ai familiari, per aver avuto così tanta fiducia in me e credo che questo spettacolo, che momentaneamente rappresento poco, sia lì fermo proprio per aspettare l’occasione giusta e che arriverà il momento. In questo lavoro, bisogna sapere aspettare, che << Non c’è mai silenzio>> sarà nelle stagioni teatrali, nelle rassegne e nei festival… è questa la forza del teatro raccontare, tramandare, custodire e far rivivere.

Elisabetta Salvadori

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